Visioni di Trent

1) La Mano Nera.

Avete presente quando uno vi suona un tamburo vicino alle orecchie quando vi svegliate? Fastidioso eh? Più o meno mi sono svegliato così stanotte, solo che invece del tamburo c’era una porta e invece di un musicista c’era il portiere. Per colpa del mio “sonno pesante” si stava facendo venire le vesciche alle dita a furia di bussare. Fa solo in tempo a mostrarmi la fonte della sua preoccupazione che vedo un uomo, ispanico, capelli neri, barba da mediorientale, ustionato in viso, con una spada in mano e un crocifisso al petto. Non ci vorrà molto a capire che è il Lasombra scomparso durante la battaglia di New York, ma non c’è solo quello. Qualcuno ha stampato con l’inchiostro una mano nera sulla mia porta.

2) Le Torri Gemelle

Non faccio in tempo a vedere il crollo della seconda torre che sono in preda a un’altra delle mie visioni, questa però in forma violenta. Mentre gli altri diranno che ero quasi in preda a qualcosa come convulsioni io vedo le due torri, tagliate in due da due aerei, ogni parte rimasta di queste due torri si spezza in altre quattro parti, simili alle torri solo più piccole, poi ogni parte continua a scomporsi, subito dopo io sono in macchina, un taxi, un rosario rosa pende dallo specchietto retrovisore, il numero del Taxi è KX76, dal lato del passeggero c’è un uomo, biondo, capelli arruffati, un orecchino a forma di Ankh. Parla una lingua incomprensibile con il guidatore, di cui vedo solo una testa di sciacallo, che se è un costume è veramente fatto bene. Prima di riavermi vedo solo che il taxi va contro un husky e un bambino che litigano in mezzo alla strada.

3) Uomo ritrovato sotto le macerie

Alla notizia del ritrovamento di un uomo sotto le macerie che delira su qualcosa che vuole prenderlo ne ho un’altra di visione, nitida, tragica e violenta anche questa. Io che cado da una delle torri, finisco sull’asfalto, ma non mi ci cado sopra, lo attraverso fino ad arrivare a un tunnel sotterraneo, una caverna, enorme, in lontananza vedo due uomini in abiti scuri, parlano tra loro, non capisco cosa vogliano dire, nè la lingua, ma alle orecchie mi suona simile alla lingua dei due nel taxi, vedo i due che raggiungono una parete, non è fatta di pietra, ma di carne, tendini, nervi e vene pulsanti, qualcosa di orrido. Uno dei due punta la torcia verso la parete, una delle vene si stacca dalla parete e comincia a far germogliare delle foglie. Mi sveglio, gli altri sono impressionati, stavolta secondo loro ho detto qualcosa, ma non lo so, non ne ho assolutamente memoria.

Normalmente sarei riluttante a raccontare queste cose davanti ad altri, ma mi conviene giocare a carte scoperte, gliele racconto davanti agli altri, Calebros era nervoso, ripeteva ogni tanto “oh cazzo”, gli altri tre invece erano impressionati. Fu allora che seppi cosa avevo detto senza accorgermene: “Sono arrivato, mio signore”. Calebros ci dice che abbiamo pestato la merda forse più grossa di tutti i tempi.

4) Calebros gira la bacheca

Gira la bacheca, ci sono ritagli di giornale ovunque, notizie su un “Uomo uncino”, su un essere alieno nelle fogne con relativa foto e notizie di qualcosa come un palloncino enorme sotto New York pronto ad esplodere. Ho un altro attacco, un’altra visione. Di nuovo i due che erano davanti al muro di carne, ma stavolta continuano a camminare, si addentrano. Vedo fucili a terra, coperti da muschio rosso, peloso, altre foglie, escrescenze ovunque, una farfalla si posa su un’orchidea rosso sangue, l’orchidea si chiude sulla farfalla, divorandola, un’escrescenza si stacca dal suolo, mostra delle zampe e scappa via, una delle due figure pronuncia qualcosa, non la capisco. Torno in me, Diego mi guarda, è furioso contro di me. “Di nuovo ‘Sì, mio signore’, questo qua ci nasconde qualcosa” dice.

5) Conoscendo Dan D. Ace

L’uomo ha attorno un’aura di detestabilità che riesco a percepire subito, ma non faccio in tempo, svengo e urlo, un’altra visione. I due uomini di prima li vedo da vicino, uno porta una tunica, l’altro porta abiti moderni. Vanno avanti nel giardino di carne, vedo un cespuglio dove al posto dei fiori ci sono teste di bambini che cantano una nenia per me impronunciabile, vanno oltre due filari di alberi e arrivano in fondo, a quel punto mi accorgo che anche il pavimento è vivente, una grande stanza dal soffitto vagamente sferico, sulle pareti cuori pulsanti e al centro un albero con un cuore pulsante enorme all’interno. “Siamo arrivati mio signore”, dico questa frase durante il mio attacco e molto probabilmente è quello che dice il monaco nella mia visione. Mi riprendo, James mi mette a sedere.

6) Andando a studiare l’essere più potente del mondo

Arrivo in un posto dove il pavimento ha dei punti morbidi e rosei. Qui cado in preda alle urla quando vedo quest’ultima visione, probabilmente la tessera più grande del puzzle che sto costruendo con le mie visioni. Il monaco si inchina, una miriade di corvi creano un volto nell’albero di carne, l’altro sembra spaventato, il volto chiama un nome, Lambach, e poi parla di un’ascesa. Finalmente comincio a comprendere le frasi di questa visione, l’uomo e il volto enorme parlano di una riunione tra padre e figlio, di metamorfosi, di trarre vita dalla terra. Un lupo verde si forma dalle foglie, dice di essere la terra e poi si dissolve di nuovo. L’altro è spaventato. Il monaco prende un frutto e lo spezza in due parti. Ne sento l’odore, Vitae, e anche potentissima. Il ragazzo chiede cosa sia, il volto parla di una riunione prima di Gehenna, e penso che sia siglata dall’uomo (immagino sia lui Lambach) e dall’essere. Lambach ci pensa mentre il frutto gronda sangue, poi tira il frutto in faccia al monaco e lo colpisce in testa con una torcia. Il monaco cade, forse in maniera strana per uno colpito in testa da una torcia. Lambach scappa, inciampa in una delle liane, cadendo appoggia la mano a terra, la carne l’avvolge, trattenendola. Lambach facendo leva sul gomito stacca la carne dalle ossa, liberandosi, e scappa via. Più voci lo chiamano mentre lui corre a rotta di collo, finchè non raggiunge i tunnel sotto Manhattan. Riacquisto conoscenza gradualmente per vedere due fauci enormi che chiudono il resto della galleria davanti a me.

7) Ur-Shulgi

Guardando Naomi, Trent si ferma per un istante. Gli appare un bambino come fatto di cenere, che pronuncia la frase: “Io sono Ur-Shulgi, inviato da Haqim, e appartengo al Sangue.”

Questa visione viene confermata indipendentemente anche da John Caine, sire di Keith, cui è giunta voce di visioni simili avute da altri Malkavian.

8) Ur-Shulgi (2)

(Il Trattato di Tiro viene declamato in background)

Un cono di luce illumina sette scranni disposti a semicerchio intorno a uno scranno centrale su cui siede un’entità che si identifica come Ur-Shulgi. La sua figura annerita stringe con violenza i braccioli dello scranno su cui poggia, fino a fracassarli. Decine di schegge gli si conficcano nelle carni, causandogli escoriazioni che prendono a sanguinare copiosamente. Il suo antico sangue inizia a defluire, scorrendo lungo il suo corpo senza lasciare macchie, fino a formare una grossa polla di sangue tra sé e i sette troni, vuoti.

(Nel frattempo, sul corpo di Trent si formano ferite analoghe. Il sangue trasudato dalle braccia smaciullate scorre lungo le superfici come se fosse dotato di volontà propria, fino a formare un film sottile che arriva a ricoprire l’intero pavimento della stanza.)

A questo punto, l’essere scruta, uno dopo l’altro, i sette scranni. Riconosce che, di essi, sei hanno riflessi dorati, mentre il settimo sembra di un materiale differente – riflette la luce in maniera diversa, quasi fosse posticcio. Ur-Shulgi prende la mira e sputa, sdegnato, in direzione del trono posticcio. Il suo sputo sembra dare vita alla polla di sangue sul pavimento, che striscia in direzione del trono opaco, lo ricopre del tutto e si insinua nelle venature del legno, fino a farlo marcire nel giro di pochi secondi. Lo scranno crolla rovinosamente sotto il suo stesso peso, trasformandosi in un groviglio di vermi.

(Trent rimane paralizzato finché non viene scoperto da Eames, che corre a chiamare Wallace e Naomi. Nell’esaminare le sue condizioni, scoprono anche la cicatrice nera sul braccio sinistro.)

9) L’albero

Interrogato sulla cicatrice, Trent racconta di aver avuto una visione in cui lui è qualcun altro che attraversa un campo correndo, fuggendo dalla luna; si ripara sotto un albero in fiore enorme, alto circa quanto un palazzo di quattro piani. Dai rami pendevano enormi frutti neri, che poi hanno cominciato a cadere a terra. Ha pregato l’albero, lo ha scosso, ma non è riuscito a evitare che uno dei frutti gli urtasse il braccio, causandogli la cicatrice.

La sua fuga viene interrotta da una figura di legno nero che, fuoriuscita dall’albero, lo chiama, mentre mangia i frutti neri. Trent si spoglia e la segue verso un bosco, ma vengono incalzati da quattro colonne di fuoco. Prima dell’ultima sferzata, Trent si riprende.

(I frutti neri sono stati successivamente identificati come arance; la palla 8 nell’Umbra aveva il medesimo aspetto)

Visioni di Trent

Thousand Faces of Manhattan Melancholy pacho_nerd pacho_nerd